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PMI e passaggio generazionale: a che punto siamo in Italia


Solo una parte delle imprese familiari rispetta le scadenze del passaggio generazionale, esponendosi a rischi evitabili in caso di eventi imprevisti o qualora lo stesso passaggio avvenga troppo “bruscamente”.

Gennaio 13, 2021     0 Commenti


Ci eravamo lasciati pochi mesi fa con un dato, per una volta, positivo: le imprese familiari (quotate) avevano resistito meglio di altre alla crisi economica innescata dalla pandemia tuttora in corso, secondo il report di Credit Suisse “Family 100: Post the Pandemic” di cui avevamo fornito una sintesi per i lettori del nostro blog. Un risultato tanto più significativo quanto più i risultati migliori – in termini di mantenimento della forza lavoro e di continuità del rating ESG - erano stati ottenuti da imprese con anni di attività alle spalle.

Solo la metà delle imprese rispetta le tempistiche del passaggio generazionale


Se l’esperienza imprenditoriale accumulata nel corso di decenni riveste un ruolo di primo piano nella capacità di affrontare con la dovuta calma e razionalità una crisi come quella odierna, essa tuttavia può trasformarsi in un ostacolo quando si tratta di decidere i tempi e i destinatari del passaggio generazionale: non a caso, la maggior parte degli imprenditori nel nostro Paese è solita rinviare oltre misura la scelta di mettere l’azienda “di famiglia” nelle mani di eredi o manager ritenuti, a torto o a ragione, troppo poco “esperti”.

Solo la metà delle imprese che nel 2011 avevano pianificato un passaggio generazionale entro i cinque anni successivi ha infatti rispettato la “tabella di marcia”, secondo i dati Istat citati dall’ultimo numero di dicembre 2020 di “Affari & Finanza”. In questo momento, il 54% delle imprese familiari italiane rimane saldamente in mano a un leader che ha più di 60 anni di età, mentre oltre il 28% è diretta da un leader over 70, destinati nel 49% dei casi – secondo le serie storiche - a rimanere in carica fino all’ultimo giorno di vita.

Primo obiettivo: evitare un passaggio traumatico al vertice dell’azienda


"Oltre un terzo delle nostre aziende – ha dichiarato ad “Affari & Finanza” Alessandro Minichilli, direttore di ricerca del Corporate Governance Lab di SDA Bocconi - è governata in modo monocratico da un amministratore unico o da un presidente esecutivo che agisce come un ‘patriarca’. Manca, soprattutto, una pianificazione corretta e lungimirante per la transizione generazionale: se il passaggio avviene troppo bruscamente, per cause naturali, l'impresa finisce nel caos, disorientata e spiazzata".

In un Paese come il nostro dove meno di un terzo delle aziende sopravvive al proprio fondatore, la sinergia tra l’esperienza del leader “in carica” con le competenze e il dinamismo di manager o eredi naturali più giovani può fare la differenza anche nel breve periodo: secondo la stessa fonte il fatturato delle aziende guidate dagli under 60 cresce in media del 14,59%, dimezzandosi invece quando il leader ha superato la settantina e le possibilità di individuare un erede in tempo utile si riducono giorno dopo giorno.

In questo senso, l’ingresso nel CDA aziendale di un manager o di un membro della famiglia del fondatore negli anni che precedono il passaggio generazionale vero e proprio è funzionale a far sì che il passaggio di consegne avvenga in maniera graduale e che si azzeri il rischio di un fallimento dell’impresa dovuto a un vuoto di potere che si traduce in un vuoto di esperienza e organizzazione: un rischio tanto più concreto se affrontato in un contesto come quello che numerose aziende stanno attraversando in questi mesi.

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