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Molte PMI oggi si trovano ad affrontare sfide eccezionali. Il nuovo Codice della Crisi e dell’Insolvenza come può intervenire in loro aiuto?

Le piccole e medie imprese italiane, che sono sicuramente l’ossatura della nostra economia, negli ultimi anni hanno dovuto fronteggiare sfide eccezionali quali pandemia, inflazione, aumento dei tassi di interesse, guerra, scarsità di materie prime e costi energetici in grande aumento.

In questo contesto straordinario, il nuovo Codice della Crisi d’Impresa e dell’Insolvenza (CCII) può sicuramente venire in soccorso delle PMI, avendo tra i suoi principi ispiratori proprio quello della salvaguardia della continuità aziendale, a discapito di accordi liquidatori resi più onerosi, e quello della buona fede e correttezza nelle trattative, richiamando quindi tutti i soggetti coinvolti da una crisi aziendale (creditori e debitore) a lavorare insieme per la ricerca di soluzioni di risanamento. Per quanto riguarda la salvaguardia della continuità aziendale, il CCII tutela ora quest’ultima al pari della par condicio creditorum, purché ovviamente il risanamento risulti più conveniente della liquidazione, e ciò si esplica sotto vari profili, quali, a titolo esemplificativo, la possibilità di realizzare un concordato in continuità sia in via diretta che indiretta, l’assenza di percentuali minime ai creditori chirografari nel concordato in continuità rispetto al concordato liquidatorio e la possibilità di soddisfazione extra concorsuale dei creditori strategici essenziali all’attività d’impresa.

Il CCII prevede nel concreto degli strumenti in grado di anticipare situazioni di crisi?

La tempestività dell’intervento di risanamento aumenta in misura significativa le probabilità di successo di un turnaround e, pertanto, un’ottica forward-looking che consenta di anticipare i segnali di crisi è fondamentale. Il Codice della crisi riconosce l’importanza di questo approccio ed ha quindi rafforzato l’obbligo per tutte le società di dotarsi di adeguati assetti organizzativi, amministrativi e contabili in grado di prevedere e di contrastare la crisi d’impresa. Tale previsione normativa deve affiancarsi all’intervento e al supporto dei consulenti e manager dell’impresa, al fine di assistere imprenditori e amministratori nell’implementare un sistema di KPI (Key Performance Indicators) che colga per tempo i segnali della crisi, anche quando inizialmente sono deboli, ma ugualmente identificabili.

Tali indicatori, a mio avviso, devono essere in grado di cogliere le difficoltà ben prima che siano segnalate dagli warning derivanti da quando previsto dal CCII all’art. 3 comma 4: retribuzioni scadute da 30 giorni per almeno il 50% dell’ammontare complessivo mensile; fornitori scaduti da almeno 90 giorni superiori a quelli non scaduti; banche scadute o in extra fido da più di 60 giorni per almeno il 5% delle esposizioni; esistenza di una o più delle esposizioni debitorie previste dall’articolo 25-novies, comma 1 relative alle segnalazioni dei creditori pubblici qualificati. Gli indicatori previsti dal CCII sono a mio avviso troppo tardivi e unicamente rivelatori di uno stato di crisi già avanzato e questo rappresenta sicuramente un punto di miglioramento su cui intervenire.

Come deve evolvere l’approccio al Corporate Turnaround in questo nuovo contesto?

Le sfide che le imprese stanno fronteggiando sono di una tale complessità e straordinarietà che solo un’assistenza multidisciplinare può assicurare elevate possibilità di successo. L’approccio al Corporate Turnaround, pertanto, deve coinvolgere competenze manageriali in situazioni distressed, finanziarie e legali, che devono essere espresse da un pool di professionisti e manager specializzati, sia interni che esterni all’impresa. Tale team deve trovare la sua guida nel CRO, Chief Restructuring Officer, che è il manager della crisi con provata esperienza di turnaround management in contesti di crisi finanziaria e che abbia anche la necessaria conoscenza degli strumenti legali offerti alle imprese in crisi.

Gli imprenditori, che spesso si trovano ad affrontare situazioni di crisi per la prima volta e faticano quindi a decidere a chi affidarsi, possono selezionare i CRO nell’albo dei CTP, Certified Turnaround Professionals, gestito da EACTP, la European Association of Certified Turnaround Professionals.

Quale sarà, infine, il ruolo degli strumenti di finanza alternativa per prevenire l’aggravarsi della crisi?

Nei processi di turnaround è sempre fondamentale la velocità di azione e la specializzazione degli operatori finanziari che assistono le imprese in crisi. Tra i cosiddetti strumenti definiti di Fintech, o di finanza alternativa, una primaria importanza è rivestita dall’invoice trading tramite lo smobilizzo delle fatture commerciali, cioè la cessione di un credito commerciale, generalmente pro soluto.

L’invoice trading permette alle imprese di migliorare la gestione del cash flow, ottenendo un anticipo di cassa, dopo aver valutato non tanto il rating della società in crisi quanto quello del debitore ceduto e questo meccanismo permette di sostenere anche imprese con un rating critico, dove è improbabile che le banche concedano nuove linee di anticipo fatture, aumentando il proprio livello di rischio. Un altro aspetto importante che caratterizza i soggetti impegnati nell’invoice trading è la tempestività di risposta nei confronti delle imprese in crisi cedenti i crediti, garantita anche dall’utilizzo di piattaforme digitali innovative che facilitano l’interazione tra le PMI cedenti il credito e l’investitore terzo, velocità di azione che è vitale nei risanamenti aziendali.

Alberto Cerini
Board Member European Association of Certified Turnaround Professionals

Enel, Eni, Ferrari, Fs, Generali, Marcegaglia Steel, Pirelli, Poste Italiane, Unicredit, Webuild, ma anche le principali PMI globali dell’industria, della finanza, dei servizi: sono questi i protagonisti della classifica dei “200 leader della sostenibilità” realizzata annualmente dal Sole 24 Ore e dalla società di analisi Statista, che dimostra come né la pandemia né la guerra in corso abbiano invertito il cammino verso la sostenibilità attraverso obiettivi e iniziative concrete.

Rispetto alla prima edizione, ora sono sempre di più le aziende e le PMI sostenibili e trasparenti

Rispetto alla prima edizione risalente al 2021, il report fotografa ora una situazione in cui quasi tutte le grandi aziende e le principali PMI hanno intrapreso politiche di sostenibilità complete, trasparenti e con chiaro riferimento ai 17 obiettivi ONU di sviluppo sostenibile da raggiungere entro la fine del decennio. Elemento ancora più importante, in questo contesto, il fatto che molte delle aziende prese in esame abbiano cominciato a includere le performance ESG nei cosiddetti Rapporti di sostenibilità, o nelle Dichiarazioni non finanziarie allegate al bilancio o nei bilanci integrati.

In questo senso, è importante sottolineare come la compliance normativa – ovvero l’obbligo di rendicontare le attività sostenibili – sia al momento obbligatoria solo per le grandi aziende. Sorprende in positivo, quindi, che le PMI più importanti a livello globale siano già impegnate da mesi a rendicontare le proprie iniziative in tal senso senza alcun intervento esterno: un’intuizione che potrebbe rivelarsi proficua sia nell’immediato, sia ancor più nel lungo periodo. Crisi di mercato dei prodotti e dei metodi di produzione tradizionali, richieste da parte dei clienti e dei consumatori e passaggio generazionale hanno indotto questo cambio, di mentalità ancor prima che di organizzazione.

Quante sono le PMI davvero pronte ad abbracciare il cambiamento?

Si pone, a questo punto, la domanda che né i report attuali né probabilmente quelli futuri riusciranno a risolvere: fino a che punto le PMI di ogni ordine e grado, escluse dai radar dei ricercatori o troppo impegnate a concentrarsi sul business per rispondere a questo tipo di sollecitazioni, hanno colto il vento del cambiamento e si stanno impegnando fin d’ora ad adeguarsi alla trasformazione in atto? Il report del Sole 24 Ore e di Statista, infatti, è solo l’ultimo segnale di quanto la sostenibilità sia diventata fondamentale nei rapporti con i clienti come con i fornitori, nelle relazioni con le comunità come con gli enti regolatori. Seguire l’esempio delle aziende “leader”, soprattutto di quelle simili per settore e dimensioni, diventa a questo punto una scelta strategica capace di assicurare la continuità della propria azienda nel lungo periodo: fino a che punto le “altre” PMI sono davvero pronte a farlo?

In attesa che entri nel vivo il dibattito sul potenziale Energy Recovery Fund, che venga fissato un tetto al prezzo del gas, che i meccanismi e le regole di formazione del prezzo dell’elettricità vengano revisionati e i crediti d’imposta ulteriormente potenziati, resta l’amara realtà: sempre più piccole e medie imprese faticano a far quadrare i bilanci, a causa dell’impennata dei costi delle bollette.

Centinaia di migliaia di PMI a rischio per il caro bollette, milioni di posti di lavoro in bilico

Secondo Confartigianato sarebbero infatti 881 mila le piccole e medie imprese a rischio a causa del caro bollette, per un totale di 3,5 milioni di posti di lavoro potenzialmente in pericolo su un totale di 43 settori diversi. La regione più esposta è, a sorpresa, la Lombardia, con 139 mila aziende e 751 mila addetti a rischio, seguita da Veneto ed Emilia-Romagna.

Secondo Confcommercio, sarebbero oltre 120 mila le piccole e medie imprese del solo terziario a rischio, con una perdita potenziale di oltre 370 mila posti di lavoro (senza tener conto delle imprese più grandi). Ragionando in termini percentuali, inoltre, il totale delle PMI non in grado di pagare le bollette da qui al termine dell’anno potrebbe sfiorare il 30% del totale secondo le ultime analisi della Cgia di Mestre.

Un continuo “drenaggio” di risorse che va a intaccare la liquidità disponibile in cassa

Di tutte le ricerche disponibili, quella che fotografa con più lucidità la realtà ci sembra essere tuttavia quella di Confesercenti. Secondo quest’ultima, relativa alle sole imprese del commercio e del turismo ma valida anche per molti altri settori, la spesa che le aziende di settore dovranno sostenere nel 2022 a causa del caro energia sarà pari a 15 miliardi di euro rispetto agli 1,7 miliardi raggiunti nel non lontano 2019.

Un vero e proprio “drenaggio” di risorse che va a intaccare la liquidità disponibile in cassa, con conseguenza finora inimmaginabili per via di un possibile “effetto domino” verso famiglie, imprese, occupazione e consumi. Un’emergenza che attende da diverse settimane l’arrivo di una delle tante soluzioni fin qui prospettate, nella speranza che la combinazione di più di una di esse possa offrire alle aziende oggi in difficoltà un’opportunità per oltrepassare il momento più difficile e guardare con ottimismo al futuro.

Due anni, e poco più: tanto è durata l’inversione di tendenza nelle possibilità di accesso al credito da parte delle PMI italiane, dopo quasi dieci anni di progressiva contrazione. Tra il 2020 e il 2021 le PMI del nostro Paese hanno potuto beneficiare di migliori condizioni di accesso al credito, con una crescita del 15% delle aziende con disponibilità di accesso a prestiti bancari (rispetto a una media europea ferma al 4%), un calo del 12% dei tassi di interesse e un aumento del 10% dei prestiti totali disponibili.

La crescita delle possibilità di accesso al credito è venuta meno con la fine dei sostegni pubblici

I dati, elaborati da un articolo de LaVoce a partire dall’ultima “Survey on the Access to Finance of Enteprises” della Commissione Europea, dimostrano – più che l’importanza dei comunque ottimi risultati raggiunti con la messa a disposizione di garanzie pubbliche e moratorie sui prestiti – fino a che punto le possibilità di accesso al credito da parte delle micro, piccole e medie imprese italiane si fossero ridotte in maniera drastica nel corso degli ultimi anni.

Una condizione di scarsità che, purtroppo per molti, sembra essere destinata a diventare di nuovo la norma nei prossimi mesi: sempre secondo i numeri elaborati dalla stessa fonte, questa volta su dati Ocse (“Financing SMEs and Entrepreneurs 2022: An OECD Scoreboard”), i piani di ripresa per il dopo pandemia assegnano solo il 2,2% delle risorse totali alle PMI rispetto al 25% raggiunto dai finanziamenti allocati con le misure emergenziali, queste ultime venute per lo più a esaurimento nel corso dell’ultimo anno.

Risorse sempre più risicate, che la finanza alternativa può in parte compensare o stimolare

In uno scenario di risorse sempre più risicate, quindi, che potrebbero non essere sufficienti a garantire la sopravvivenza di molte imprese né tantomeno ad accompagnare quelle più sane nel processo di trasformazione in chiave digitale, ecologica e di competenze possedute dai lavoratori, è importante sottolineare il ruolo che la finanza alternativa può assumere per fornire liquidità alle aziende e, soprattutto, consentire a queste ultime di migliorare la propria posizione negoziale nei confronti delle banche.

Servizi di invoice trading e di reverse digitale, come quelli forniti da CashMe a piccole e medie imprese in tutta Italia senza necessità di garanzie né di segnalazioni in centrale rischi, diventano infatti in questo momento tanto più importanti quanto più le aziende necessitano di finanziare il proprio capitale circolante (o quello dei propri fornitori) senza avere né l’interesse, né tantomeno la possibilità di contrarre nuovo debito. Con la cessione pro soluto su CashMe, infatti, le aziende migliorano il proprio bilancio e il proprio rating, acquisendo la possibilità di ottenere condizioni migliori di accesso ai prestiti in futuro: numeri forse ancora piccoli per le statistiche Ocse, ma che tuttavia fanno ben sperare.


Unicredit Factor per distacco, seguita a distanza da Credemfactor, Credit Agricole Eurofactor, FactorCoop, Aostafactor, Serfactoring e Generalfinance: sono queste le aziende di factoring più importanti in Italia per fatturato, secondo quanto riportato da un approfondimento curato da TrueNumbers e riguardante le analisi dei bilanci dei singoli fornitori di servizi di factoring.

Il mercato del factoring cresce ma è ancora lontano dai livelli pre-Covid

Cresciuto del 10% nel 2021, ma ancora lontano dai livelli pre-covid, il mercato del factoring italiano rappresenta oggi un supporto fondamentale per le aziende che necessitano di liquidità attraverso la cessione dei crediti commerciali, con l’obiettivo di finanziare il proprio capitale circolante secondo le modalità pro soluto e pro solvendo.

Il factoring pro soluto ampiamente dominante rispetto alla modalità pro solvendo

Sempre secondo i dati di TrueNumbers, il factoring pro-soluto – che prevede la cessione completa del rischio di credito dal creditore al factor – è la soluzione ampiamente più diffusa con una percentuale del 79% del fatturato globale del settore, che nel 2021 ha raggiunto i 250 miliardi di euro. Meno diffusa, ma altrettanto conosciuta, la soluzione pro solvendo, dove il creditore che cede il credito conserva la responsabilità giuridica di un eventuale mancato pagamento delle fatture cedute.

Il mercato della cessione dei crediti commerciali non smette di crescere e differenziarsi

In questo contesto, come rilevato anche dagli ultimi dati dell’Osservatorio Supply Chain Finance del Politecnico di Milano, non mancano le alternative a fronte di una sostanziale stabilità dell’offerta di soluzioni tradizionali come l’anticipo fatture bancario: dal reverse digitale all’invoice trading su piattaforme come CashMe, tramite cui è possibile cedere i propri crediti commerciali a investitori istituzionali senza richiesta di garanzie né segnalazione in centrale rischi, sempre in modalità pro soluto.

L’invoice trading online per le aziende che preferiscono una maggiore flessibilità

A differenza del factoring tradizionale, l’invoice trading online rappresenta una soluzione più flessibile per quelle imprese che non intendono cedere la totalità dei propri crediti commerciali, ma solo una parte di essi, come riscontrato anche dai nostri clienti che hanno già attivato il servizio: un segnale, ulteriore, che il mercato della cessione dei crediti rappresenta oggi un sostegno fondamentale nella ripartenza dell’economia italiana e che anche grazie alle nuove tecnologie può rispondere meglio, e in maniera più rapida, alle differenti e mutate esigenze delle aziende, grandi o piccole che siano.

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Otto imprese ogni cento: è la percentuale di PMI che secondo uno studio di Livolsi&Partners, esperti di consulenza aziendale e finanziaria, riuscirebbe a oltrepassare indenne l’appuntamento con il passaggio di testimone dal fondatore o dal team di fondatori alla generazione successiva. Nel doppio dei casi, tuttavia, le aziende prese in esame andrebbero incontro a una liquidazione (16% del totale) tanto definitiva quanto probabilmente evitabile, soprattutto alla luce delle soluzioni oggi a disposizione degli imprenditori.

Le aziende che sopravvivono al passaggio generazionale sono quelle che si preparano per tempo

Lo studio, ripreso tra gli altri da Teleborsa, sottolinea infatti come nella maggior parte dei casi la sopravvivenza delle aziende oltre la generazione dei fondatori non sia affatto una conseguenza del caso, né tantomeno di scelte fatte all’ultimo minuto: oltre il 50% delle imprese continuerebbe a operare tramite operazioni di merger&acquisition, mentre nel 23% dei casi rimanenti le imprese andrebbero incontro alla quotazione in borsa. Un’opzione, sottolineano gli autori dello studio, tanto più probabile quanto più l’azienda da tempo viene guidata da sapienti mani “esterne”.

Difficoltà economiche e finanziarie e burocratiche tra gli ostacoli maggiori al passaggio generazionale

In alternativa, affinché il destino dell’azienda venga affidato interamente alle mani degli eredi naturali del fondatore, è importante inserire per tempo questi ultimi all’interno dei team di lavoro, e anticipare l’insorgere di problemi che uno studio di Confartigianato ha identificato essere i più ricorrenti sulla strada del passaggio generazionale: difficoltà burocratiche, legislative e fiscali, il trasferimento di competenze verso clienti e fornitori e difficoltà di ordine economico e finanziario, oltre ovviamente all’assenza di eredi naturali diretti che può essere solo in parte compensata con la cooptazione di altre figure familiari.

Obiettivo: individuare interlocutori che sappiano riconoscere il giusto valore economico

L’obiettivo, sia che si tratti di passaggio generazionale vero e proprio sia che si tratti di M&A, è sempre quello della sopravvivenza a lungo termine di un’idea imprenditoriale e delle persone che hanno contribuito al suo successo. In questo senso, il managing partner di Livolsi &PArtners, Massimo Bersani, sottolinea come sia “necessario trovare la soluzione adeguata alle esigenze degli imprenditori, cercando di individuare fondi di private equity od organizzazioni industriali che sappiano riconoscere il giusto valore economico delle aziende, anche in termini di competenze umane presenti nelle medesime“. Un riconoscimento, quello del “giusto valore”, a cui il mondo finanziario e fintech è chiamato a prestare grande attenzione, soprattutto ora che il venir meno di garanzie pubbliche al credito rischia di mettere in difficoltà più di un’azienda “sana” ma impegnata in un difficile percorso di transizione dal vecchio al nuovo, da una generazione all’altra.

Non sei ancora cliente CashMe?

Un nuovo sito, una nuova newsletter, un nuovo blog per avvicinare sempre più imprenditori e investitori alle nuove forme di finanza complementare per la cessione pro-soluto dei crediti commerciali e al reverse digitale per il supporto alla filiera dei fornitori: questo è l’obiettivo che ci siamo dati quando abbiamo cominciato a progettare il nuovo sito di CashMe SpA, l’azienda fondata nel 2017 da un team di giovani professionisti e appassionati di fintech, diventata in breve tempo piattaforma di riferimento in Italia nel settore dell’invoice trading e anticipo fatture online e dal 2019 parte del Gruppo Finservice.

Che cosa troverete nel nuovo sito di CashMe, dall’invoice trading all’evoluzione del reverse factoring

Il nuovo sito è pensato innanzitutto per spiegare in maniera semplice e immediata come funzionano i nostri servizi a disposizione delle imprese, a partire dall’invoice trading per cui siamo principalmente conosciuti. La sezione “come funziona” spiega in pochi, semplici passaggi come registrarsi al sito e iniziare a caricare le proprie fatture sulla piattaforma proprietaria di CashMe, rispondendo alle domande più comuni che ci vengono poste e favorendo l’interazione con i nostri esperti e consulenti specializzati, via chat, in streaming, o prenotando un appuntamento presso la sede della propria azienda su tutto il territorio nazionale.

Una sezione dedicata è stata riservata, inoltre, al servizio di CashMe Digital Reverse dedicato alle imprese che vogliono supportare la propria filiera di fornitori favorendo l’accesso alla liquidità da parte di questi ultimi tramite la cessione pro-soluto dei propri crediti commerciali attraverso la nostra nuova piattaforma online. Il blog, infine, attivo fin dalla nascita di CashMe, è stato completamente rinnovato nella grafica e nei contenuti per ospitare testimonianze, approfondimenti, analisi e notizie salienti sul mondo della finanza complementare al tradizionale sistema bancario in Italia e nel resto del mondo.

La newsletter per scoprire il mondo della finanza complementare

Il concetto di “finanza complementare”, in questo contesto, rappresenta un aspetto fondamentale per comprendere i grandi mutamenti in atto nel sistema finanziario e bancario in seguito alla diffusione delle nuove tecnologie: invoice trading, reverse digitale e altre tipologie di servizio sono infatti strumenti utili a fornire alle aziende un canale di finanziamento complementare e non alternativo a quello bancario, con l’obiettivo di ridurre i rischi di indebitamento eccessivo delle imprese, migliorare il rating e di conseguenza le possibilità delle imprese stesse di accedere a un credito maggiore e di miglior qualità in futuro.

Per far sì che questi e altri concetti, solo apparentemente complessi, possano diventare patrimonio comune di una fetta più ampia della società produttiva e dei suoi potenziali investitori, abbiamo affiancato al nostro blog una newsletter mensile di approfondimento: per rimanere più facilmente aggiornati con le ultime notizie dal mondo fintech, per conoscere le testimonianze di coloro che si servono di servizi finanziari innovativi, per contribuire alla crescita e visibilità del settore di cui facciamo parte e che mai come in quest’ultimo anno ha dimostrato di poter svolgere un ruolo cruciale nella resilienza e ripresa economica di un intero Paese.

Il team di CashMe

Qual è il ruolo della comunità finanziaria nell’incentivare la sostenibilità e la rendicontazione della sostenibilità stessa da parte delle piccole e medie imprese? Se lo sono chiesti gli autori dell’indagine “PMI italiane e rendicontazione di sostenibilità“, promossa dal Forum per la Finanza Sostenibile in collaborazione con ALTIS – Alta Scuola Impresa e Società dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e realizzata con il sostegno di BPER Banca, Generali Investments e Intesa Sanpaolo, presentata in occasione della decima edizione della Settimana SRI.

Il ruolo “propulsivo” della comunità finanziaria nella realizzazione dei report di sostenibilità

L’indagine, volta ad analizzare i principali retroscena dei bilanci di sostenibilità pubblicati da un campione di 105 aziende, rappresenta un significativo punto di svolta in questo ambito di ricerca per le domande in parte inedite che ha contribuito a porre al centro del dibattito collettivo: tra queste, la più importante è quella relativa alle reali motivazioni che spingono le piccole e medie imprese a pubblicare i report non finanziari di sostenibilità, dove emerge chiaramente il ruolo “propulsivo” della comunità finanziaria.

Le PMI partecipate da investitori istituzionali sono più attive di altre sul fronte della rendicontazione

Il lancio di prodotti e servizi finanziari rivolti alle PMI più impegnate di altre sui temi ESG è risultato essere, infatti, un incentivo importante sia all’impegno in sé sia soprattutto nell’attività di disclosure, come nota tra gli altri Eticanews. La volontà di attrarre nuovi investitori e finanziatori e la risposta alle richieste di informazioni da parte della comunità finanziaria assumerebbero, inoltre, una rilevanza statisticamente superiore in quelle piccole e medie imprese partecipate da investitori istituzionali.

Il binomio virtuoso tra sostenibilità economica ed ESG: l’esempio dell’invoice trading online

È per questo motivo che noi di CashMe, da sempre impegnati nel far dialogare tra loro due mondi storicamente distanti come quello della finanza e degli investitori con il mondo della piccola e media imprenditoria italiana, abbiamo da ormai diversi mesi coinvolto un investitore istituzionale specializzato nell’acquisto di crediti commerciali ESG-compliant sulla nostra piattaforma: l’obiettivo è quello di favorire il raggiungimento di un binomio virtuoso di sostenibilità ambientale, sociale e di governance e sostenibilità economica, grazie a nuovi servizi finanziari innovativi come il nostro servizio di invoice trading online.

In molte aziende mancano le competenze, mentre la maggior parte non coinvolge tutti gli stakeholder

La strada da percorrere, tuttavia, resta ancora molto lunga e di questo tutti sembrano esserne consapevoli: secondo il report del Forum per la Finanza Sostenibile e di ALTIS, molte aziende si troverebbero ancora oggi a fare i conti con la scarsità di competenze interne in materia di reporting, redigendo il documento finale per lo più attraverso il coinvolgimento di dipendenti, fornitori o clienti, e solo in misura marginale finanziatori e investitori (meno della metà del totale). Per questo, è importante che tutti – dalle imprese alla comunità finanziaria – facciano la loro parte per favorire una maggiore trasparenza da un lato, e rendere la trasparenza stessa “sostenibile” per coloro che hanno scelto di investirvi tempo e risorse.

Secondo quanto si legge nel rapporto Cerved sulle PMI sarebbero numerosi i settori e le aziende ancora in crisi di liquidità, nonostante le buone prospettive di ripresa economica per il settore delle PMI italiane. (altro…)

I dati dell’ultimo Rapporto Welfare Index PMI di Generali Italia, giunto ormai alla sesta edizione, certificano l’impatto positivo del welfare dal punto di vista della crescita della produttività aziendale e dell’occupazione, soprattutto femminile e giovanile.

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